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Lavoro, le donne pagano maggiormente l’incertezza: si allarga ancora il divario con gli uomini. Pieri: “Inaccettabile. Ecco le nostre proposte”

Filippo Pieri

(Bologna, 7 marzo 2022) “Inaccettabile, bisogna agire subito: l’impatto pandemia si sta abbattendo soprattutto sulle donne, con un mercato del lavoro che rischia di ampliare ulteriormente il divario di genere, soprattutto in termini di precarietà. Un lavoro che risulta meno stabile anche perché le imprese sembrano scaricare le incertezze del momento in particolare sul genere femminile”.
Così Filippo Pieri, segretario generale della Cisl Emilia Romagna, ha commentato i dati scaturiti da un focus sull’occupazione femminile realizzato da Via Milazzo.

In generale il saldo occupazionale dei rapporti a tempo indeterminato è sfavorevole, in particolare dal 2017 al 2021. È un fenomeno che si deve soprattutto alla curva delle nuove assunzioni a tempo indeterminato: dal 2017 al 2021 in Emilia Romagna il dato medio delle assunzioni a tempo indeterminato sul totale assunzioni è stato appena del 12,4%. Dato che però diventa ancora più preoccupante se si analizzano anche le differenze di genere: nel 2021 il tempo indeterminato ha interessato appena il 9,6% delle assunzioni femminili e il 14,2% delle assunzioni maschili.

Elisa Fiorani

“Il fronte delle mancate trasformazioni da rapporti di lavoro ‘altri’ a rapporti a tempo indeterminato (il 61,65% delle trasformazioni riguarda gli uomini, il 38,35% le donne) mostra come il lavoro non standard per le donne non sia propedeutico alla stabilizzazione occupazionale. Questo aspetto rende ancora meno accettabile la netta prevalenza femminile tra le tipologie contrattuali meno stabili”, ha rincarato la dose Pieri.

Forti criticità presenta anche il dato del part-time. In regione, nel 2021, sono stati circa il 44% i contratti attivati per le donne (50% nel resto d’Italia). Tuttavia anche questo dato rimane però fortemente sbilanciato, visto che, in base alle stime, circa il 19% dei part-time sembra essere involontario per le donne, contro il 6% degli uomini.

Aspetti che naturalmente si riversano sulla retribuzione pro capite: il gap di genere (gender pay~gap) in valore assoluto si attesta intorno al 30%, forbice che può ampliarsi ulteriormente in alcuni settori.

Cosa fare? La Cisl Emilia Romagna, attraverso la responsabile del Coordinamento donne Elisa Fiorani, ribadisce alcune proposte cardine:

1. Intervenire prima dell’ingresso nel mercato del lavoro con progetti per avvicinare le ragazze al digitale e alle materie STEM e colmare il deficit di competenze che si riscontra sul mercato del lavoro in questi ambiti, legati alle professionalità emergenti.
2. Rafforzare l’infrastruttura sociale e l’accessibilità (economica, in primis) dei servizi di supporto alle famiglie, lavorando culturalmente ad un riequilibrio dei carichi di lavoro e cura tra uomo e donna;
3.  Aumentare (sia a livello regionale sia nazionale) il gender procurement, ovvero le premialità per le aziende che si impegnano a garantire parità di genere;
4.  Istituzioni e corpi intermedi siano apripista, adottando innovative politiche interne tese a valorizzare la gender equality;
5.  Implementare e incentivare fiscalmente il Welfare aziendale contrattato in modo da incidere positivamente sull’impiego femminile e sul bilanciamento vita-lavoro.
6.  Garantire la trasparenza delle aziende in termini di retribuzioni e percorsi di carriera, anche attraverso le disposizioni della recente legge sulla parità retributiva, per poter agire sul gender pay gap e sul cosiddetto ‘tetto di cristallo’.

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